A proposito della morte di Vincenzo Falanga

palloneA Boscotrecase non c’è  persona che non lo abbia conosciuto. Nel bene o nel male. Vincenzo Falanga, il ragazzo investito a Boscoreale nei pressi della caserma dei carabinieri, aveva una storia pesante alle spalle. E di errori ne aveva, purtroppo, commessi tanti.

Eppure la notizia della sua morte improvvisa, cosi assurda, ha colpito profondamente tutto il paese.Una reazione giustificata anche dal fatto che il giovane, da un po’ di tempo a questa parte, aveva imboccato la strada giusta. Quella del lavoro e del sacrificio. Una scelta non facile. Frutto di un percorso lungo e faticoso, affrontato con determinazione.

Chi lo ha visto crescere non può non ricordare anche gli aspetti colpevolmente ignorati da chi ha liquidato la sua sfortunata fine con la solita litania dei precedenti, dei vincoli familiari, ecc. Come se una esistenza, per quanto breve, non potesse esprimere altro. Trenta righe in cronaca non necessariamente devono avere l’aspetto di un verbale di polizia.

Vincenzo Falanga non era uno stinco di Santo. Aveva, però, una sensibilità a tratti disarmante. Era un grande appassionato di calcio.  Tifava per la Juventus. Negli anni Novanta, prima del boom di internet e delle pay tv, seguiva le partite con una vecchia radiolina a cuffie per strada o in piazza Sant’Anna,  tirando calci ad un pallone. Era anche abbastanza bravo. Magari se avesse avuto un po’ di costanza in più avrebbe intrapreso percorsi differenti.

Poi, crescendo, sono arrivati i momenti difficili, le scelte sbagliate, i problemi. Fino ad arrivare alla tragedia di qualche giorno fa. A noi, Vincenzo o’  biondo, piace ricordarlo così. Con le cuffiette, la maglietta bianconera e il Super Santos di ordinanza. Pronto ad affrontare l’ennesima partita al campetto fuori casa vicino al distributore di benzina.

Uno scugnizzo come tanti. Pieno di entusiasmo e di vita.

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